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Leggende






La ragazza arsa viva
Una leggenda racconta che, anni fa venne trovato, nei pressi dell'isolata abbazia di Lucedio, il corpo di una giovane, completamente bruciato.

Visti i presupposti si pensò a macabri rituali magici, ad una vittima da sacrificare.

Come Massimo Polidoro insegna, andiamo a ricercare conferma e verifica dei fatti, analizzandoli razionalmente, senza dare nulla per scontato.

In seguito all'indagine svoltasi nella biblioteca civica di Vercelli potremmo reintitolare questa storia:

LUCEDIO. IL CASO DELLA DONNA ARSA VIVA.
MISTERO O TRAGICO EPILOGO A LUCI ROSSE?

Il triste racconto della donna arsa viva a Lucedio che si conosceva era il seguente:

Una ragazza, che la leggenda vuole vittima di rituali esoterici o satanici, muore bruciata viva dalle fiamme che la avvolgono.

Ipotesi più razionali inducono a pensare che la poveretta, rimasta a corto di benzina, tentasse in compagnia di una seconda persona intervenuta in suo aiuto, di rabboccare il serbatoio. Non si capisce bene come, ma la fuoriuscita di benzina avrebbe trasformato involontariamente la ragazza in una torcia umana.

Il tutto accadeva nei pressi di Lucedio.

Il fatto è puntualmente documentato sul giornale La Sesia in data 9 settembre 1949; ecco il resoconto:

In frazione Badia di Lucedio, nella notte tra il 5 e il 6 settembre, per cause non ancora accertate dall'autorità competente, una grave disgrazia ha causato la morte di una giovane di 22 anni ed ha lasciato la di lei madre gravemente ustionata.

Non è possibile stabilire di preciso quanto avvenuto a causa dell’omertà degli abitanti.

Ricostruendo la dinamica si può asserire che poco dopo la mezzanotte, in località Badia di Lucedio, la contadina Romilda Squizzato di anni 22 e la mamma Augusta di anni 54, trasportavano benzina; improvvisamente, per cause ignote, il liquido si infiammò provocando ad entrambe gravi lesioni.

La ragazza morì una volta tornata a casa dall’ospedale di Vercelli.

E' Maria, sorella diciottenne di Romilda, che fa luce, secondo il giornale, sull’accaduto:

La ragazza morta in seguito all’incidente, stava tornando a casa col fratello dopo aver pescato le rane, quando si incontra con un certo Renzo Greppi di anni 25 che trasportava una tanica contenente 5 litri di benzina.

Quest’ultimo si sarebbe poi appartato in uno scantinato con Romilda per pulire, con la benzina, una macchia sul vestito della fanciulla.

Durante il travaso sarebbe caduta della benzina sul pavimento e i giovani, per cancellare le macchie, avrebbero acceso il liquido a terra con un fiammifero, procurato da un terzo giovane di nome Enzo Sala di anni 20.

Ciò avrebbe incendiato il carburante sul vestito di Romilda provocandole ustioni dall’esito purtroppo letale.

Certo lo svolgersi dei fatti è quantomeno strano e il contesto fa pensare che, i due giovani ragazzi si fossero appartati in cerca di intimità, il che spiegherebbe i contorni sfumati dell’intera vicenda come l’omertà della gente e la scelta di un luogo così nascosto per compiere un’operazione di per sè non maliziosa.

Tuttavia dal testo dell’articolo non si comprende bene quando sia arrivata la madre e come si sia procurata le ustioni.

Per capire la dinamica occorrerebbe analizzare meglio il fatto ma è un compito che esula dal nostro discorso.

La peculiarità della cronaca risiede in una fondamentale osservazione e cioè, come da una storiella, da alcune dicerie che vengono considerate leggende, si storpi poi la realtà.

Innanzitutto, pur trovandosi la ragazza in prossimità di Lucedio, non si riscontra alcun nesso di causa che associ in qualche modo Lucedio stesso allo svolgersi dei fatti.

Le prime voci di riti esoterici subito smentite, sfociano poi in un altro errore, cioè di ipotizzare che la giovane avesse avuto un’auto rimasta senza benzina.

Sicuramente nel 1949 le auto non erano ancora molto diffuse e comunque non era il caso di Romilda a cui la benzina serviva per smacchiare il proprio vestito.
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